Intervista a Raffaello Baldini

Qual è il dialetto più disponibile a uno scrittore: quello parlato o quello della tradizione
scritta?

Per me, quello parlato.


Fino a che punto le sono serviti l’esperienza e il modello linguistico di altri scrittori
dialettali?

C’è uno scrittore dialettale romagnolo che mi è sempre stato caro: Olindo
Guerrini. E poi c’è Tonino Guerra, che per gli scrittori romagnoli è stato un
discrimine. Dopo di lui non si poteva più scrivere come si scriveva prima di
lui. Io dico sempre che Tonino Guerra è stato per la letteratura romagnola quel
che Roberto Rossellini è stato per il cinema italiano.


Esistevano un’ortografia e una grammatica più o meno codificate o ha dovuto di volta
in volta cercare delle soluzioni personali?

Del dialetto romagnolo del mio paese, in cui ho scritto io, non esistevano
né una grammatica, né un’ortografia codificate. Per il semplice fatto che non
esisteva una scrittura. Il dialetto del mio paese è stato messo su carta solo
nel 1946, con la prima raccolta poetica di Tonino Guerra: I scarabócc (Gli
scarabocchi). Quanto all’ortografia (e qui parlo non solo del mio, ma dei
vari dialetti di Romagna) ognuno di volta in volta ha cercato delle soluzioni
personali: sicché si può dire che il romagnolo non ha tuttora un’ortografia
codificata. Di grammatiche non ho notizia, ma non escludo che ce ne
siano.


La mancanza di una norma scritta rende più faticosa la scrittura o consente una
maggiore autonomia e libertà?

Una maggiore autonomia e libertà, non direi. Certo scrivere in una lingua che
non conosce o conosce appena la scrittura, è, almeno ortograficamente, più
impegnativo.


Anche il dialetto evolve; lei, nei suoi testi più recenti, fino a che punto ha cercato
di assecondare i mutamenti del santarcangiolese?

Quanto più possibile. Se si parte dall’idea che il dialetto è un animale orale,
chi scrive in dialetto oggi deve scrivere, il più possibile, come parla la gente
oggi.


Lei stesso traduce in italiano i suoi testi in dialetto; come opera?

Le mie traduzioni sono un semplice calco italiano del dialetto. Sono traduzioni
di servizio. Tant’è vero che sono collocate al piede della pagina, in un
carattere molto più piccolo di quello del testo.


Comunque, quando le sue «traduzioni di servizio» le sembrano più lontane dall’originale?
In cosa cioè il suo dialetto le sembra più intraducibile?

Faccio un solo esempio. Nel mio dialetto tótt è un pronome indeclinabile che
significa ‘tutto’ e anche ‘tutti’. In certi casi tótt significa effettivamente ‘tutto
e tutti’, ma tradurlo ‘tutto e tutti’ rischia di essere un po’ retorico, e si traduce
semplicemente ‘tutto’. Ma si perde qualcosa.


Spesso nei monologhi in dialetto dei suoi personaggi affiorano frasi ed espressioni
in italiano. Questo certo risponde ad un’esigenza di realismo, ma mi sembra che,
nel contempo, ci sia anche una ricerca di precisi effetti stilistici, di cozzi significativi.
È così?

Beh, la miscela del dialetto con l’italiano non è una novità né nella realtà quotidiana
né nella letteratura dialettale. Sempre i dialettanti si sono trovati, poniamo
quando parlavano col dottore o col maresciallo dei carabinieri, a esprimersi
nel loro povero italiano. Non solo. Nel dialettante c’era anche talvolta il bisogno
di sottolineare certe affermazioni in dialetto traducendole nel più autorevole,
anche se non impeccabile, italiano. Io posso solo aggiungere che sul
risultato stilistico, quando questa miscela viene espressa in versi, il giudizio
tocca al lettore.


Perché dice dialettante?

Perché dialettofono non mi piace, mi fa pensare al grammofono. E poi dialettante
contiene un po’ d’ironia, e, se riferito non tanto ai parlanti quanto
agli scriventi in dialetto, può contenere un po’ d’autoironia. Che non fa mai
male.


Tratto da “Quaderns d’Italià” 8/9, 2003/2004
Gli scrittori e la norma: interviste a Raffaello Baldini, Pierluigi Cappello, Luciano Cecchinel, Amedeo Giacomini
e Ida Vallerugo
A cura di Gabriella Gavagnin e Piero Dal Bon, con la collaborazione di Pietro Benzoni, Giulia Calligaro e Sebastiano Gatto